Desaparecidos, i fantasmi della Siria

Sono passati cinque anni da quando il gesuita Paolo Dall’Oglio è scomparso nella città di Raqqa. Ma il suo non è certo un caso isolato: sono 95 mila i siriani “desaparecidos” dall’inizio della guerra civile in Siria: inghiottiti nel nulla dopo essere finiti nelle carceri del regime ma anche vittime di vari gruppi jihadisti.

Raqqa – È una torrida giornata di fine giugno. La strada che conduce verso il nord della Siria è tortuosa, a tratti sterrata. Da Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, si attraversano le alture tondeggianti, color ocra, a perdita d’occhio. Dal finestrino impolverato, si scorgono fila di tende bianche allineate, chiuse in un recinto metallico. Nonostante siano passati più di sette anni dall’inizio del conflitto, sono migliaia i siriani che ancora abitano all’interno dei campi profughi, a ridosso del confine con la Siria. Senza il visto del regime di Damasco, l’unica possibilità per raggiungere Raqqa è traghettare la frontiera naturale, segnata dal Tigri. Si entra nel cantone della Gazira, amministrato insieme a Kobani, dai curdi siriani e all’interno di uffici stantii si ottengono i permessi necessari per raggiungere Raqqa.

Questa è stata l’ultima tappa del viaggio in Siria di Padre Paolo Dall’Oglio. Un cammino durato più di trent’anni nella sua amata Siria. Una fermata voluta dal gesuita e trasformatasi nel suo ultimo capolinea. È lo spirito di missione che guida il monaco, a fine luglio del 2013, nella prima città liberata dal controllo del regime di Bashar al-Assad. La città, infatti, è stata la prima a essere conquistata, a marzo 2013, dai gruppi ribelli – dai salafiti ai laici – e lì sono nati comitati locali e forme di autogoverno. Padre Paolo voleva incontrare la popolazione locale, gli attivisti e vedere come si stavano organizzando, ma voleva dialogare anche con i capi delle milizie jihadiste per convincerli a non deviare il corso della rivoluzione, che voleva restasse non violenta. Padre Dall’Oglio era consapevole dei rischi che avrebbe dovuto affrontare ma non si è tirato indietro. La fede, l’impegno di una vita per la Siria, per il suo popolo e la radicalità del Vangelo che lui viveva sulla frontiera l’hanno spinto a recarsi nella polverosa città sull’Eufrate.

È quasi mezzogiorno quando Padre Paolo bussa al cancello del palazzo del governatorato di Raqqa, occupato dai gruppi ribelli. Alle guardie dell’elegante edificio in mattoni, domanda se può incontrare l’emiro. Gli rispondono di tornare dopo la preghiera serale. Il gesuita si presenta all’appuntamento. Ancora una volta gli dicono di tornare l’indomani, il 29 luglio 2013. Sono passati cinque anni da quel giorno e da allora, nessuno ha avuto più notizie.

È difficile immaginare come fosse il palazzo dove è stato visto Padre Paolo per l’ultima volta. Oggi, non rimangono che polvere e macerie. Raqqa, città a maggioranza araba, divenuta capitale dell’ISIS nel gennaio 2014, è stata governata per oltre tre anni dagli uomini di Abu Bakr Al Baghdadi e lo scorso ottobre, dopo un assedio di quattro mesi, è stata riconquistata dalla coalizione delle forze democratiche siriane a guida curda e dall'aviazione statunitense. Cumuli di detriti e di rottami segnano l’ingresso di una città annichilita. Gli edifici sono accartocciati su se stessi, perforati da fasci di metallo sporgenti e da cavi elettrici penzolanti. Quelle che un tempo erano le case degli abitanti non sono altro che scheletri di cemento, grigi e fatiscenti. Le carcasse bruciate delle auto sono sparpagliate ovunque, lungo le strade polverose. La città, un tempo abitata da 200.000 abitanti, è in gran parte sbriciolata dalla furia dei bombardamenti. Ma gli infiniti mucchi di macerie che segnano il paesaggio non sono l’unica eredità della guerra. Un odore acre di corpi in fase di decomposizione aleggia nell’aria. Sono migliaia i civili uccisi durante i combattimenti e altrettanti i dispersi in questi anni di conflitto. Tra questi anche Padre Paolo Dall’Oglio.


Innamorato dell’Islam, credente in Gesù

Quando Padre Paolo arriva a Raqqa a fine luglio 2013, la voce si sparge rapidamente. Molti cittadini erano sorpresi che un prete italiano fosse giunto a Raqqa in quel momento. “Abuna Paolo?”, dice affettuosamente un uomo anziano, abbigliato con la dishdasha, la tradizionale veste araba bianca, di fronte a ciò che resta della Corte Islamica dell’ISIS, “Tutti lo conoscevano. Era come un profeta, venuto qui per diffondere i principi di pace tra la società”.

Da giovane prete gesuita, Padre Paolo si reca in Siria per la prima volta negli anni ottanta per studiare l’arabo, una lingua che, alla fine, avrebbe parlato fluentemente con l’accento siriano. Nel 1982 scopre la missione della sua vita nelle rovine del monastero del VI secolo di San Mosè l’Abissino (Deir Mar Musa), sulle colline a nord di Damasco. S’innamora dell’arida bellezza delle montagne riarse e della cappella fatiscente con i suoi antichi affreschi. Ispirato dall’esperienza centenaria di convivenza della società musulmana-cristiana, decide di restaurare il monastero e fondare una comunità ecumenica. Deir Mar Musa diventa un luogo internazionale di pellegrinaggio che accoglie persone di tutte le fedi. Padre Paolo è descritto da molti non solo come sacerdote ma anche come attivista per il dialogo tra cristiani e musulmani. Per lui non sono le confessioni che entrano in dialogo ma sono i credenti che lo fanno, mettendosi davanti a Dio. Digiuna durante il Ramadan con i suoi fratelli e sorelle musulmane e nel 2011 scrive un libro di memorie intitolato “Innamorato dell’Islam, credente in Gesù”. Dal suo idilliaco ritiro sui monti del Qalamun, Padre Dall’Oglio non poteva, però, ignorare la situazione politica in Siria. È il marzo 2011 e fin dai primi giorni della rivoluzione, si schiera con i manifestanti contro la tirannia. Si appella alle Nazioni Uniti chiedendo la protezione dei civili siriani dagli attacchi indiscriminati del regime. Nel giugno 2012 è espulso dalla Siria ma l'amore per il paese cui aveva dedicato la sua vita lo spinge a ritornare due volte. A luglio 2013, durante il Ramadan, Padre Paolo attraversa il confine da Gaziantep. Invia un’ultima mail ai suoi amici italiani, a cui confida di volersi recare a Raqqa e di voler incontrare la leadership dell’ISIS.

In una villetta miracolosamente intatta dai bombardamenti a Raqqa, Mona Fraig, ricorda l’arrivo di Padre Paolo in città: “Quando è arrivato, è venuto subito a trovarci; ha partecipato alle nostre manifestazioni e alle riunioni della società civile”, spiega l’attivista nella sede dell’organizzazione non governativa Civil Society Support Centre, che organizza seminari sulla lotta contro l’estremismo violento e la radicalizzazione. “È venuto anche nell’ultima manifestazione di fronte alla chiesa, dove Jabhat al-Nusra aveva rimosso e distrutto la croce. Padre Paolo sosteneva la nostra rivoluzione pacifica e sperava che non si trasformasse in un conflitto militare. Per questo desiderava parlare con chi voleva creare uno Stato islamico, cercando di trovare un dialogo e trasmettere il messaggio di pace”, aggiunge Mona. Sono seduti accanto a lei, gli amici di Padre Paolo. Si percepisce all’instante l’affetto profondo che lega questi giovani siriani al sacerdote italiano. Molti di loro sono scappati dalla Siria durante l’occupazione dei miliziani di Daesh ma hanno scelto di ritornare a Raqqa, cercando di mantenere viva l’eredità spirituale predicata da Padre Paolo. “La sua scomparsa ha afflitto tutta la società. Per noi è stato ancora più doloroso, perché gli eravamo molto vicini”, spiega, visibilmente commosso Basheer al-Huwaidi. “Oggi, proviamo a diffondere lo stesso messaggio di pace dell’Islam e del Cristianesimo. Questo è uno dei motivi principali che ci ha incoraggiati a tornare in città: lavorare accanto alle comunità per ricostruire quel dialogo di pace e tolleranza, lontano dal radicalismo e dalla violenza”.

Senza un corpo da piangere, è difficile accettare che Padre Paolo sia morto. La maggior parte delle persone incontrate e intervistate in questo viaggio crede che sia stato ucciso e gettato nel fiume, alcuni sostengono che sia stato preso dal regime e altre fonti riportano che sia stato arrestato dall’emiro Abdulrahman Al-Faysal, leader di spicco dell’ISIS e l’ultimo ad aver visto Padre Paolo. Oggi l’emiro vive libero a Raqqa ma ogni tentativo di avvicinarlo s’infrange contro un muro di omertà. Come Padre Paolo, sono migliaia le persone scomparse, inghiottite dalle sabbie mobili della notte siriana. In questi sette anni, la rivoluzione, iniziata pacificamente nel 2011, si è trasformata in un’atroce guerra civile che oggi conta più di 400 mila morti e undici milioni di rifugiati oltre i confini (un milione e mezzo solo in Libano), su una popolazione di venti milioni. A ciò si aggiunge un numero imprecisato di giovani all’estero per sfuggire al servizio militare obbligatorio, un milione e mezzo di persone ricercate dalle autorità e migliaia di scomparsi. Le città siriane sono cumuli di macerie, le milizie e i signori della guerra dettano legge su buona parte del territorio e, mentre i “garanti” di Astana – Russia, Iran e Turchia – iniziano a parlare di ricostruzione e del ritorno dei rifugiati, il tema della giustizia e dei desaparecidos giace nell’oblio.


Desaparecidos in Siria: la lotta delle donne

“È stato un incontro commovente e piuttosto particolare: un prete italiano rapito in Siria e la sua famiglia coinvolta nella questione siriana. Nella tragedia, siamo riusciti a fare grandi cose insieme, come italiani e siriani. Se Padre Paolo fosse vivo, ne sarebbe felice”. A parlare, nella sua “seconda” casa, a Beirut, è l’avvocata per i diritti umani ed esperta di sparizioni forzate, Noura Ghazi Safadi. Non è facile fissare un appuntamento con lei.

Alterna le sue giornate tra conferenze, incontri con la commissione europea e colloqui con i sopravvissuti alle carceri governative. Dal 2011, ha incontrato più di 2000 detenuti tra civili, attivisti pacifici, prigionieri politici e oppositori del governo. Ha raccolto testimonianze e denunce delle torture fisiche e psicologiche subite all’interno delle prigioni del regime di Bashar al-Assad. Ha trascorso migliaia di ore all’interno delle carceri.

Come portavoce di “Families for Freedom” e come moglie di un desaparecidos, Noura ha incontrato diversi membri della famiglia Dall’Oglio in questi anni. Suo marito Bassel Khartabil Safadi, ingegnere informatico e noto attivista, è stato uno dei padri fondatori della rivoluzione siriana. Arrestato a marzo 2012, di lui si sono perse le tracce nel 2015. Noura è stata costretta a lasciare la Siria. Troppi rischi e minacce da parte dell’apparato di sicurezza del regime.

In Libano, ha fondato insieme ad altre donne “Families for Freedom”, un movimento di madri, mogli, figlie e sorelle di detenuti e di civili scomparsi. Nato nel 2017, raccoglie la diaspora siriana in esilio tra Libano, Turchia, Francia, Germania e Inghilterra.

Come in Argentina, durante la dittatura di Jorge Rafael Videla, las Abuelas si radunavano nella Plaza de Mayo per chiedere verità e giustizia sui figli scomparsi, oggi sono le donne siriane a farlo. Londra, Berlino, Parigi, Bruxelles. Noleggiano un autobus, tappezzato con le fotografie dei famigliari e girano per le capitali europee per sollevare l’attenzione dei governi sul tema dei “desaparecidos” in Siria.

“Non siamo un gruppo politico, non rappresentiamo l'opposizione, né il regime. Siamo famiglie: siamo madri, sorelle, mogli. Ciò che chiediamo è il diritto alla verità”, spiega la Safadi.

Le donne appartengono a diversi gruppi etnici e confessionali: sono arabe e alawite, cristiane e musulmane e provengono da svariate regioni della Siria. Si coordinano su skype, e what’s up. “Vogliamo sapere, dove sono i nostri cari. Dove sono i loro corpi?”, afferma risoluta l’avvocata. “Temiamo che molti siano stati bruciati in forni crematori per nascondere le prove delle violenze ed evitare futuri processi”.

Secondo il Syrian Network for Human Rights, un’organizzazione inglese indipendente, sono più di 95.000 gli scomparsi in Siria dall’inizio del conflitto. Si stima che la maggior parte delle sparizioni forzate sia imputabile al regime siriano, ma almeno 11.000 sono da attribuire ad altri gruppi armati come l’ISIS o Jabhat Fateh al-Sham. Le sparizioni forzate non sono un fenomeno nuovo. Come spiega Leen Hashem, responsabile di Amnesty International per le campagne sulla Siria, questo è un metodo utilizzato in Siria negli ultimi tre decenni, a partire dal padre di Bashar, Hafez al-Assad, per mettere a tacere gli oppositori politici Ma, secondo Hashem, questo fenomeno si è intensificato dal 2011: “Stiamo vedendo scomparire centinaia di migliaia di persone. In genere le persone sono arrestate ai check-point o prelevate direttamente da casa. Le famiglie degli scomparsi vivono in un perenne stato di sospensione senza sapere, dove sono i loro cari e se sono ancora vivi. E i parenti, che cercano di scoprire la verità, rischiano la vita”.

Fadwa Mahmoud è un'altra fondatrice di Families for Freedom. Ha dovuto lasciare la Siria per la sua attività di ricerca del marito Abdelaziz e del figlio Maher, entrambi scomparsi il 20 settembre 2012. Abdelaziz faceva parte del partito comunista ed era andato in Cina per cercare potenziali soluzioni pacifiche al conflitto. Suo figlio si era recato in aeroporto per prendere il padre.

"Siamo in auto, stiamo arrivando a casa. Ho appena recuperato papà all’aeroporto, mi ha detto. Dopo pochi minuti l'ho richiamato per chiedergli se volevano del tabboleh (insalata di prezzemolo, nda). Il telefono era staccato. Da quel momento non ho più saputo che fine hanno fatto. Anche se il regime ha sempre negato la loro presenza nelle carceri siriane, sono certa che siano stati i Mukhābarāt (i servizi segreti, nda) a prenderli", afferma senza indugio.

Fadwa, alawita come la famiglia di Assad, conosce perfettamente i metodi di detenzione e di tortura del regime. Arrestata nel 1991 per appartenenza a un partito di opposizione al Baath, ha scontato un anno e mezzo di pena, mentre era incinta di suo figlio Maher. Il marito quattordici. Rievoca quegli anni con un imperscrutabile velo di nostalgia, elencando i nomi dei compagni arrestati, di quelli spariti e degli ideali che li spingevano a nascondersi in umide catapecchie a leggere i libri di Marx, Lenin e Gramsci, proibiti dal regime. Il fenomeno delle sparizioni forzate, infatti, è presente in Siria sin dagli anni ottanta e novanta. Far sparire nel nulla migliaia di persone era il metodo più efficace per reprimere oppositori e dissidenti. Ieri come oggi.

Fadwa oggi vive a Berlino ma alterna periodi tra la Germania e il Libano. E’ una delle animatrici, insieme a Noura Ghazi Safadi di Families for Freedom.

Nelle ultime settimane, centinaia di famiglie siriane hanno scoperto che il governo ha emesso i certificati di morte dei parenti scomparsi, la maggior parte dei quali sono stati giustiziati con esecuzioni sommarie all’interno delle carceri del regime. Numerosi osservatori ed esperti dei diritti umani sostengono che Bashar al-Assad si senta sicuro di aver vinto la guerra. Forte dell’impunità internazionale, Assad è ben consapevole che non ci sarà nessun cambio di regime e che lo spirito rivoluzionario di migliaia di civili e attivisti è stato demolito.

“Dobbiamo impegnarci affinché gli ideali per i quali Abuna Paolo e migliaia di giovani siriani hanno lottato, non siano vani”, aggiunge Noura, “La nostra lotta servirà alle future generazioni che un giorno potranno vivere in un paese democratico e civile”.