2019

Donne nel settore minerario

Guerre. Minerali sporchi di sangue. Malattie. Stupri. Per gran parte dell’opinione pubblica, questa è la Repubblica Democratica del Congo (RDC). Ma, oggi, nelle province ad est dello stato africano grande quanto tutta l’Europa occidentale si sta assistendo finalmente a qualcosa di diverso. Nel mezzo di un territorio tra i più ricchi per risorse sotterranee, dove si sfiora uno dei PIL pro capite più bassi su scala globale, sono le donne, da sempre odiate e discriminate, a farsi interpreti di una rivoluzione che sta contribuendo non solo a cambiare l’immagine del Paese, ma anche quella del settore minerario artigianale (SMA), conosciuto principalmente per la corruzione proliferante e i troppi abusi commessi, nascosti, e poi dimenticati.

Dal 2006 le donne hanno cominciato a unirsi in associazioni e quasi dieci anni dopo si sono strette in un fitto network nazionale formalmente riconosciuto come RENAFEM. All’interno di questa rete rientrano donne ambiziose, talvolta privilegiate, che grazie al business dei minerali hanno raggiunto un benessere economico e sociale superiore anche agli standard maschili (v. Angelique Nyirasafari, Yvette Mwanza ed Emilienne Intongwa); altre che, partendo da una posizione svantaggiata, le hanno lentamente emulate e non arretrano più di fronte a insidie e discriminazioni (v. Murekatete Beatrice o Mwamini Makanyaka); e infine, vi sono coloro che, dopo averne capita l’importanza e centralità, hanno incentrato la loro vita, partita diversamente, sulla critica battaglia a sostegno delle donne minatrici (Viviane Sebahire o Veronique Miyengo). Concentrarsi sulle opportunità che il settore minerario artigianale può offrire, non significa, però, dimenticare che le donne impiegate nelle miniere sono ancora vittime vulnerabili di un sistema basato sull’egemonia maschile (v. mama twangaises). Al contrario. Proprio per le circostanze economiche, politiche e sociali, le donne sentono sempre di più la necessità di reclamare i loro diritti e, uscendo dallo schema dominante di totale assoggettamento all’uomo, cambiare equilibri secolari, ormai malfunzionanti. Il percorso che le donne congolesi devono compiere per emanciparsi all’interno del settore minerario artigianale è lungo, e non si esaurisce qui. RENAFEM è un network potente, che sta aiutando migliaia di donne ad auto-determinarsi e a liberarsi da stereotipi e false credenze. Ma per far sì che la scalata economica vada di pari passo con quella sociale, e che ci sia un miglioramento tangibile nella vita di tutte le donne minatrici, e così delle loro famiglie e comunità, devono entrare in gioco le istituzioni.
“Il Congo è una giungla dove impunità, cattiva amministrazione e ingiustizia sono molto diffuse,” afferma la commerciante Angelique Nyirasafari, una delle nostre donne leader. “La giustizia si vende e si compra e chi non ha i soldi non viene ascoltato.” Fintanto che questo sistema non verrà sradicato dall’alto, a pagare uno dei prezzi più alti saranno, ancora e sempre, le donne.


Angelique Nyirasafari

A Goma ci sono due strade asfaltate. Una porta all’aeroporto internazionale, l’altra è un breve saliscendi su cui si affacciano i lussuosi compound dove alloggiano gli expat. Tutto il resto, compresa la casa di Angelique Nyirasafari, è raggiungibile solo percorrendo sentieri simili a montagne russe, spesso interrotti da minacciosi massi giganti. Nel suo caso, però, al di là di una piccola porticina metallica, il terreno vulcanico tipico della città lascia il posto a una meravigliosa villa immersa tra le piante esotiche. Nyirasafari è una distinta commerciante di minerali e membro di COOPERAMMA, la prima cooperativa mineraria formatasi nel Nord Kivu, nel territorio di Masisi ricco di cassiterite (stagno) e coltan (tantalio), nel 2011.

Nyirasafari è la seconda di otto figli che la madre, seconda di tre mogli, ha avuto dal padre, un grosso agricoltore della zona. “Mio padre aveva le possibilità per mandarci tutti a scuola ma, per colpa della nostra cultura, le mie sorelle si sono convinte che il loro futuro si dovesse limitare ai figli e al matrimonio,” dice Nyirasafari. “Io sono l’eccezione. Non volevo sposarmi prima di finire gli studi e mio padre mi ha supportato.” Nonostante i privilegi, Nyirasafari, un po’ come la gran parte dei congolesi, ha passato molti momenti duri. Durante la prima Grande Guerra, scoppiata nel 1996 come diretta ramificazione del genocidio compiutosi in Rwanda due anni prima, Nyirasafari – appartenente alla comunità benestante degli Hutu residente in Congo – ha perso un fratello e la cognata. Infatti, nella disperata caccia intrapresa dai Tutsi per eliminare i propri carnefici scappati nella RDC dal Rwanda, a pagare il prezzo è stato anche chi condivideva con loro solo il ceppo etnico. “Anche se ci han detto che tutte le persone rapite sono state ammazzate, non ne abbiamo la certezza,” dice Nyirasafari. “Non abbiamo più rivisto i loro corpi.” Dal giorno della scomparsa, i figli del fratello vivono con lei e la sua famiglia.
Fino al 2015 Nyirasafari lavorava nel settore umanitario col marito ma, volendo passare più tempo a casa coi figli, ha deciso di licenziarsi. Con i soldi messi da parte, ha cominciato, prima, a comprare minerali da piccoli commercianti e a rivenderli a Goma e, poi, a trattare direttamente con i minatori nelle cave. In Congo, il business dei minerali, per quanto dominato dagli uomini, è la porta di accesso più veloce per una donna, che voglia tentare la scalata economica e sociale. Se il coinvolgimento di Nyirasafari è recente, le donne hanno cominciato a convergere nel settore minerario - soprattutto artigianale (SMA) - nel 1982 e sono accorse in massa nel 1996, quando la compagnia mineraria nazionale, SOMINKI, ha chiuso con l’inizio della guerra e migliaia di uomini sono rimasti senza lavoro.

APPROFONDIMENTO: UN TUFFO INDIETRO (leggi sotto)

APPROFONDIMENTO: COOPERATIVE MINERARIE (leggi sotto)

Una volta entrata nel settore minerario, Nyirasafari, invece di concentrarsi solo sulla sua carriera, ha deciso di impegnarsi per migliorare gli standard di vita e lavoro anche delle sue colleghe. Il punto di svolta per lei è stata la conferenza nazionale delle Donne nel Settore Minerario tenutasi a Bukavo, capitale del Sud Kivu, nel 2015, supportata dalla Banca Mondiale e il governo congolese. Allora, furono poste le basi per quello che, due anni dopo, è diventato il Network Nazionale di Donne nel Settore Minerario (o RENAFEM). Dopo aver partecipato alla conferenza, Nyirasafari ha deciso di creare l’associazione Dinamica per Donne nelle Miniere (FEDEM), che oggi affianca COOPERAMMA nella protezione delle donne nel territorio di Masisi. “In Congo essere donna è la sfida più grande,” dice Nyirasafari. “Spesso sono le donne stesse a credersi inferiori agli uomini e l’uomo si sente legittimato a comportarsi come se fosse realmente superiore.” Far parte di un’associazione diventa così, per molte, l’unica via d’uscita dalla pressione costante che, sia la società che la tradizione, esercitano su di loro.

APPROFONDIMENTO: RENAFEM (leggi sotto)

Oggi Nyirasafari è impegnata anche in politica e presto sarà in lista al Senato per dare voce ai diritti calpestati delle donne di Masisi. “Pensate che all’interno di COOPERAMMA sono l’unica donna con un diploma!” sbotta, scuotendo la testa. “Le donne della mia zona pensano solo a sposarsi con i minatori e, se le cose continueranno così, a breve non ci saranno più donne alfabetizzate.” La situazione è resa ancora più complicata dal fatto che i minatori locali si sentono frustrati per i privilegi concessi agli stranieri, come il Senatore Mwangachuchu, e spesso si uniscono ai gruppi armati per rifarsi della povertà e dell’ingiustizia subite. Sono ancora le donne, a pagare il prezzo più alto di tutto questo.


Un tuffo indietro

L’estrazione mineraria in Congo ha una storia lunga, che risale al periodo coloniale. Cassiterite (tin) e coltan (tantalum) sono stati scoperti nei Kivu già nel 1910 e, da quel momento in poi, il settore dello stagno è diventato proprietà esclusiva delle compagnie belghe. Gli investimenti nello sfruttamento industriale si sono intensificati negli anni ’40 e ’50 e hanno portato a una forte crescita della produzione negli anni ’50 e ’60. L’indipendenza del Paese nel 1960 non ha avuto conseguenze immediate sulle compagnie minerarie belghe, che hanno continuato a mantenere il controllo sul settore. La situazione si è, però, ribaltata 35 anni dopo, quando lo sfruttamento industriale delle 3T (tin, tungsten (wolframite) e tantalum) è cessato del tutto, come effetto diretto sia della crisi economica globale che del fallimento statale del Congo. Il governo patrimoniale dell’ex Presidente Mobutu ebbe effetti disastrosi sull’economia del Paese e la crisi economica si acuì a tal punto da costringere molti investitori belgi a rivedere le proprie attività. Da parte congolese, ciò si tradusse nella creazione della Société Minière et Industrielle du Kivu (SOMINKI), in cui lo stato deteneva il 28% delle quote. Dalla liberalizzazione del settore minerario voluta da Mobutu nel 1982 e, ancor di più, dallo scioglimento di SOMINKI nel 1997, al progressivo declino dell’estrazione industriale è corrisposta una crescita stabile del settore artigianale (SMA) che, a partire dagli inizi degli anni ’90, con un intensificarsi progressivo durante le due guerre, ha sostituito qualunque altro modello formale di estrazione. Nonostante la mancanza di documentazione renda complicato tracciare l’evoluzione del ruolo delle donne all’interno del SMA, le due ondate di affluenza femminile nel settore – avvenute nel 1982 e 1996 – indicano che il loro impegno è aumentato in corrispondenza di difficoltà economiche e di sempre meno allettanti opportunità offerte dai settori tradizionali, come quello agricolo. La povertà sembra essere la principale forza trainante nella scelta delle donne di entrare nel SMA, specialmente nel momento in cui gli uomini non hanno un lavoro e decidono di abbandonare le case e le famiglie, per prendere parte attiva nei combattimenti. A tal proposito, se il SMA ha più volte alimentato e foraggiato diversi conflitti (ricordiamo i tristemente noti “conflict minerals”), non tutte le comunità coinvolte nell’estrazione artigianale si caratterizzano per l’elevata presenza di gruppi armati o hanno preso parte alle violenze. A dimostrazione che la natura del SMA non è sempre criminale o caotica, basti guardare a come questo settore sia, invece, ben strutturato e incentrato su una fitta rete di relazioni sociali.


Cooperative minerarie

Il riconoscimento legale dell’estrazione artigianale (incluso nel codice minerario del 2002 e nei Regolamenti Minerari del 2003) è un passo avanti non da poco per la Repubblica Democratica del Congo (RDC) ma, al contempo, le restrizioni che comporta limitano i benefici su lavoratori e lavoratrici, come spiega Maya Kale in un suo report.
A tal proposito, le cooperative minerarie sono il frutto di un maggiore controllo sui minatori artigianali, che, a partire dalla fine della seconda Grande Guerra, hanno dovuto riunirsi e richiedere le licenze per l’esplorazione e l’estrazione. Il processo per l’ottenimento delle carte per costituire una cooperativa è lungo, dispendioso e, spesso, fallimentare. Se si è ritenuti idonei, bisogna impegnarsi a vendere minerali e pietre preziose solo a commercianti autorizzati e a rispettare i canoni ambientali, di sicurezza e salute imposti dal governo. La legge prevede che vi siano zone riservate solo ai minatori artigianali ma, visto l’elevato numero di impiegati nel settore (le stime variano tra 500,000 e 2 milioni di individui), la posizione spesso inaccessibile dei siti e le varie limitazioni imposte ai lavoratori, in molti preferiscono dedicarsi ad aree tecnicamente illegali per l’estrazione, rischiando sanzioni anche molto salate.

COOPERAMMA, che conta tra i suoi membri Angelique Nyirasafari, è la prima cooperativa nata nel Nord Kivu, nel territorio di Masisi, sotto la spinta dei minatori artigianali di Rubaya che, nell’agosto 2006, si sono visti sottrarre dalla compagnia mineraria MHI (Mwangachuchu Hizi International), appartenente al Senatore Edouard Mwangachuchu, non originario della zona, oltre 25km2 di cave. Sin dal 2001, quando a Mwangachuchu è stato accordato, probabilmente in virtù dei suoi stretti rapporti con l’élite Hutu minacciata dalla maggioranza Tutsi locale, il controllo della miniera di Bibatama, i rapporti tra COOPERAMMA e MHI, convertitasi più tardi in SMB (Societe Minerarie of Bisonzo), sono stati ai limiti del teso. Se nell’agosto 2018 il conflitto tra le due parti è stato scongiurato per l’ennesima volta, ad ottobre, più di trenta minatori di COOPERAMMA sono stati brutalmente ammazzati, mentre, a dicembre, si è cominciato a parlare dell’avvento di una nuova guerra civile.

A volte le donne affiancano i loro mariti alla guida delle cooperative minerarie, ma la storia di Germaine Bumbu, presidente di una cooperativa a Shabunda, nel Sud Kivu, e consigliere giudiziario di un network di cooperative, è alquanto inusuale.

Bumbu solleva una questione che è alla base dell’intero sistema delle cooperative: “Il governo, da un lato, ha creato le cooperative e, dall’altro, ha ceduto le parti migliori dei siti minerari alle grandi compagnie minerarie. A loro non interessa se la nostra parte di terra è poco fruttuosa, perché hanno altri interessi in gioco, e il più delle volte alle cooperative non è permesso neppure controllare, prima della vendita, se il lotto di terra allocato contiene qualcosa oppure no.”


RENAFEM

Tra il 2012 e il 2014 la Banca Mondiale e l’Università di Harvard hanno condotto uno studio sulle conseguenze del settore minerario artigianale (SMA) sulla popolazione del Nord e Sud del Kivu. Il programma si è focalizzato su come conflitti decennali avessero contribuito a esacerbare le condizioni delle donne coinvolte nel SMA e i loro diritti, e ha dato spazio ai vari livelli di vulnerabilità cui le minatrici sono soggette, cercando di identificare esempi positivi di resilienza all’interno della categoria. Al termine della stesura del report, la Banca Mondiale – assieme al Ministero per l’Estrazione Mineraria - ha deciso di organizzare la prima Conferenza Nazionale sulle Donne nelle Miniere. L’evento ha evidenziato i dati più significativi, per comprendere l’entità della partecipazione femminile nel settore e i vari modi per rafforzare movimenti già esistenti nella società civile. Da queste intense discussioni, che hanno coinvolto 165 partecipanti – in gran parte donne – appartenenti alle 9 province, è nata l’idea di RENAFEM. “La bellezza di questa iniziativa è che le donne erano già auto-organizzate,” ci ha spiegato Riccardo Puliti, Senior Director della Energy & Extractive Industries Global Practice della Banca Mondiale. “Quello che abbiamo fatto è aiutarle a costruire un profilo più ampio tramite un network nazionale.” RENAFEM è nato come risposta alla mancanza di una voce unitaria. “Parlando con le donne abbiamo scoperto che esistevano più di 350 associazioni e cooperative interessate alle questioni femminili nel settore minerario,” continua Puliti, “e questa lista si basava solo su cinque delle nove province, quindi ce ne dovevano essere altre.” A queste, si sono aggiunte le organizzazioni nate in seguito alla conferenza, come quella di Nyirasafari. Riccardo Puliti si concentra molto sul valore del “network”: “L’esperienza insegna, che la capacità delle donne di auto-organizzarsi anche in altri settori come il piccolo commercio o l’agricoltura, spesso è la spinta vincente per lo sviluppo. Questo, unito alla volontà della Banca Mondiale di aiutare le donne a crescere, è stato il connubio vincente.” Tra conferenze, report, ricerche sul campo e mantenimento delle spese di gestione del Comitato – femminile – di Pilotaggio, la Banca Mondiale a oggi ha investito quasi 1 milione di euro nel progetto. Puliti ci tiene, comunque, a precisare come la situazione sia ancora critica per molte minatrici in Congo. “Migliorare le opportunità delle donne nel settore estrattivo è un compito che spetta a molti, non solo a noi. Per il momento la Banca Mondiale è l’unico partner tecnico attivo in quest’area, ma vogliamo essere ottimisti e sperare che presto altri si uniscano a noi.”


Yvette Mwanza

Yvette Mwanza ha insistito tanto affinché non ci incontrassimo né a casa sua, né nella fabbrica di trasformazione e vendita di minerali, che gestisce quando non è occupata con gli altri importanti incarichi che ricopre. Per questo motivo, ci siamo spinti oltre il solito intrico di vie che è Goma e siamo venuti a qualche chilometro dal Rwanda, in un’oasi lontana, almeno concettualmente, dal caos della capitale. Mentre scendiamo le terrazze che gradualmente portano al Lago Kivu, intravediamo subito tra i pochi ospiti una signora con indosso un vestito di seta verde, abbinato a una parure di gioielli così luminosi da catturare lo sguardo. Yvette Mwanza è la Vicepresidente degli Operatori Minerari della Camera di Commercio della RDC e Presidente di quello stesso organo nel Nord Kivu. Mwanza è anche un modello per gran parte delle donne del Paese.
La missione della Camera di Commercio, e così di Mwanza, è identificare i rischi insiti nel settore minerario, per regolarizzare la vendita ed esportazione di minerali dalle zone post-conflittuali che, come il Nord Kivu, sono ancora fortemente instabili e caratterizzate da un’alta concentrazione di milizie armate. “Nonostante le difficoltà, mi accerto che la catena di approvvigionamento dei minerali destinati al commercio estero sia responsabile, e che almeno per le 3T (dalle iniziali inglesi) siano implementati gli standard internazionali di tracciabilità,” spiega Mwanza, facendo riferimento ai tre minerali base dell’elettronica mondiale che, non a caso, spopolano nel Nord Kivu, ovvero tin (cassiterite) tantalum (coltan) e tungsten (wolframite).

APPROFONDIMENTO: TRACCIABILITà (leggi sotto)

“Visto che sia l’oro che le pietre preziose sfuggono ai controlli del mercato ufficiale, e sono spesso esposti al contrabbando, sto anche aiutando le autorità nella realizzazione di una Borsa Valori.”

APPROFONDIMENTO: LA BORSA DELLE PIETRE PREZIOSE (leggi sotto)

Mwanza è una tecnica del settore e ha una visione chiara della direzione che il settore minerario deve prendere affinché il Nord Kivu, ricchissimo di risorse minerarie, diventi competitivo su scala globale. “La prima cosa da fare per aumentare una produzione ancora insoddisfacente,” spiega Mwanza, “è spingere i minatori a riunirsi in cooperative, che devono a loro volta avere il supporto materiale dello stato per meccanizzarsi e, così facendo, sfruttare aree più estese in minor tempo, e realizzando maggiori profitti.” Per le donne, che spesso ricoprono ruoli marginali altrimenti eseguiti dalle macchine, vale lo stesso discorso. “Non è vero che le donne analfabete rischiano di perdere il lavoro,” sostiene Mwanza.

APPROFONDIMENTO: IL CODICE MINERARIO (leggi sotto)

La questione femminile è diventata di primaria importanza da quando è stato formalizzato il network di RENAFEM nel 2015. “Ho preso parte sia alla prima che alla seconda conferenza a Lubumbashi,” dice Mwanza. “Da un po’ di tempo la Banca Mondiale ci teneva a presentare il mio caso come una storia di successo, per spingere le altre donne a credere in sé stesse e a non rinunciare all’idea di emanciparsi tramite il settore minerario.” Ma Mwanza è la prima ad ammettere di non essere come le altre. “Se fossi rimasta nel paesino del Kasai di cui è originario mio padre, non sarei così,” confessa. “L’ambiente in cui sono cresciuta è stata la mia fortuna.” Mwanza è la quinta di undici figli di un noto giudice della Corte Suprema. La legislazione congolese prevede che, chi ricopre questa carica, cambi città di continuo per evitare conflitti d’interesse, e per questo Mwanza fa difficoltà a ricordare la sua giovinezza. Data la levatura sociale dei genitori, lei come i suoi fratelli e sorelle, non ha dovuto rinunciare a una buona educazione e carriera in nome del matrimonio o della famiglia. “E’ nella mentalità locale far credere che essere donna sia una sfortuna, ma io sono cresciuta diversamente,” dice con franchezza.
Come le altre donne, anche lei, a suo modo, ha patito, però, l’avvento della guerra. “Avevo molta paura per le nostre vite, ma ero anche preoccupata di dover fare compromessi,” dice Mwanza. “Conoscevo così tante persone, che avrei potuto fare facilmente carriera, ma non volevo lavorare alle dipendenze dei ribelli manipolati dalle potenze straniere.” Mwanza è scappata da Bukavo col marito e ha vissuto in Rwanda per dieci anni fino al 2006, quando ha deciso di tornare per votare alle prime elezioni libere multi-partitiche dal 1946. Si è trasferita stabilmente in Congo nel 2007, quando le è stata offerta la gestione della fabbrica che ancora dirige. Quando il suo operato è stato riconosciuto, le sono state affidate le altre cariche. La nuova missione di Mwanza, oggi, è battere ancora un primato e diventare la prima donna nel Nord Kivu ad avere la licenza non solo per esportare, ma anche per intagliare gioielli finiti.


Tracciabilità

“Massacri, atrocità, fosse comuni… in ogni tragico episodio degli ultimi vent'anni di storia congolese i minerali hanno avuto un ruolo fondamentale,” afferma Fidel Bafilemba, coordinatore della Piattaforma di Supporto per la Tracciabilità e Trasparenza nella Gestione delle Risorse Naturali, o GATT-RN. “Dal 2011 noi denunciamo proprio questo.” GATT-RN è una coalizione di dodici organizzazioni della società civile congolese, che combatte per trasformare la vasta ricchezza mineraria dell’est del Paese in una risorsa per la sua gente. Conseguentemente alle campagne che, con successo, hanno bandito i “diamanti del conflitto” all’inizio del secolo, una prima campagna contro, più in generale, i minerali insanguinati risale al 2001 e parte dal coltan. “La liberalizzazione di Mobutu è continuata in maniera ancora più imperante con Kabila padre,” continua Bafilemba. “Con il 2001 e il boom del coltan (un chilo di coltan è passato dal costare 17.5 a 308 euro) ancora più persone si sono lanciate nel settore minerario, ed è stato a quel punto che il dramma è ricominciato.” È stato anche allora che si sono poste le basi per iniziative sviluppatesi dal 2006 in poi. Trattandosi degli anni dell’ampliamento dell’industria elettronica, si è data più importanza alle materie prime dietro questo settore, ovvero a tantalo (coltan), stagno (cassiterite) e tungsteno (wolframite), note come le 3T dalle loro iniziali inglesi. Più tardi, si è cominciato a occuparsi anche dell’oro, che sfugge, però, ancora oggi, a gran parte dei controlli. Tali iniziative consistono nel promuovere la trasparenza e tracciabilità dello sfruttamento e del commercio minerario, e nel proibire l’importazione di risorse collegate ai conflitti. Nello specifico, fare tracciabilità significa seguire il tracciato dei minerali lungo la catena di rifornimento e monitorare la loro catena di custodia. Anche se questa pratica ha pregi evidenti, Bafilemba è scettico. “Per noi è vergognoso anche solo parlare di tracciabilità, perché è qualcosa che deriva dalla sezione 1502 del Dodd Frank Act (diventato legge nel 2010, richiede che le compagnie commerciali statunitensi non utilizzino materiali grezzi collegati ai conflitti in Congo, e ne traccino la catena di rifornimento) e dalla legislazione europea; e non avrebbe senso di esistere se il Congo avesse piena autorità statale,” sostiene. “Il Congo ha il suo codice minerario e le sue leggi che, se fossero implementate come si deve, non richiederebbero alcuna forma di tracciabilità.” Secondo Bafilemba, si tratterebbe solo dell’ennesimo tentativo dell’Occidente, con la connivenza di una piccola potente élite nazionale, di esercitare il controllo sulle enormi risorse minerarie congolesi. “È l’industria mineraria a decidere quanto costano i minerali e quanto vuole pagare per essi, non il paese produttore,” spiega Bafilemba. “L’estrazione in Congo è una forma di schiavitù: un minatore di Rubaya arriva a guadagnare al massimo 9 euro al giorno, e se lo sogna di comprarsi un cellulare o di mandare a scuola i propri figli… Noi aderiamo alla tracciabilità, perché è l’unico modo per far sì che il Congo rientri nella rete di commercio globale, ma finché l’Occidente non si umanizzerà, e i colpevoli di questi traffici non pagheranno per quello che han fatto, i minerali non saranno mai fonte di profitto per i minatori congolesi.”


La borsa delle pietre preziose

La Borsa valori di Goma è una delle grandi innovazioni che investiranno il settore minerario artigianale (SMA) nel 2019 . “Ne abbiamo bisogno perché abbiamo un grosso problema con l’oro e le pietre preziose,” spiega Yvette Mwanza, specializzata nella valutazione dei rischi impliciti nella compravendita di minerali. “È molto difficile tracciarli e la maggior parte del loro sfruttamento avviene al di fuori del mercato ufficiale, per questo una delle poche soluzioni per fermare il contrabbando è creare una Borsa che rispetti il quadro normativo legale del Congo.” La strategia per l’implementazione della suddetta prevede che il minatore artigianale venga accompagnato in un percorso che lo sottragga da una costante precarietà e lo faccia diventare attore di primo piano nello sviluppo sostenibile del SMA. Il settore artigianale da sempre è all’origine della frode fiscale presente su scala nazionale, che priva sia il Ministro del Tesoro che la Banca Centrale del Congo (BCC) del controllo ultimo su questioni che dovrebbero contribuire a rinvigorire l’economia nazionale, oltre a pesare sull’instabilità del Congo orientale. Come se non bastasse, le province orientali della Repubblica sono influenzate dalle economie dei paesi limitrofi. “Se le statistiche ufficiali riportano che ogni anno commerciamo all’estero 1000 tonnellate di coltan e 1500 di cassiterite,” dice Mwanza, “delle 20 tonnellate di produzione artigianale d’oro stimate, i servizi minerari riescono a controllare appena 300 chili. Per le pietre preziose il deficit è molto maggiore.” I vari passaggi per la realizzazione della Borsa di Goma hanno avuto inizio ad agosto 2017, quando si è discusso della necessità di raccogliere le statistiche disponibili sulle pietre preziose e stabilire, quanto il gap da loro lasciato sul mercato, pesasse sul ricavato e le finanze del Paese. Alla BCC è stato conferito il ruolo di regolatore su tutte le transazioni relative ai materiali preziosi, perché all’articolo 128 del codice minerario sta scritto che non è legittimo costituire una Borsa per l’acquisto e la vendita di oro, diamanti, minerali preziosi e pietre semi-preziose, senza la sua approvazione. Inoltre, le è stato richiesto di fornire supporto istituzionale per ciò che concerne i regolamenti sulle miniere contenuti agli articoli 266-268. A soprassedere la Borsa, ci sarà un comitato congiunto composto da membri appartenenti sia alla BCC che al governatorato del Nord Kivu. Nell’estate 2018 sono stati condotti studi su: la certificazione dei minerali, la catena di approvvigionamento responsabile, il bilancio del settore aurifero, e la risoluzione di problemi come frode e contrabbando. A dicembre il Comitato ha cominciato a coinvolgere le varie compagnie minerarie e a stringere rapporti con entità simili, operanti già in altri paesi.


Il codice minerario

A intuito, verrebbe da pensare che il settore minerario artigianale (SMA) in Congo sfugga a qualsiasi forma di regolamentazione. Invece, il primo Codice Minerario è stato messo nero su bianco già nel 2002 e del 2003 sono i Regolamenti Minerari successivi. Che poi pagine e pagine di leggi, scritte regolarmente in francese, perciò indecifrabili per grande parte della classe minatrice analfabeta, siano ancora oggi ignorate, è un altro discorso.
Il codice descrive l’attività mineraria come “qualsiasi attività in cui una persona di nazionalità congolese svolga l’estrazione e la concentrazione di sostanze minerarie, utilizzando strumenti, metodi e procedimenti artigianali, all’interno di un’area limitata per superficie e con una profondità non maggiore ai trenta metri.” Il 9 marzo 2018 il Presidente Joseph Kabila ha indetto un nuovo codice minerario che modifica, ma non rimpiazza, il precedente. Rispetto a prima, i diritti minerari oggi includono: un permesso di esplorazione, standardizzato a tutti i minerali e garantito per cinque anni, rinnovabile una volta l’anno; e un permesso di scavo della durata di 25 anni, rinnovabile ogni 15 anni. I permessi possono essere garantiti solo a entità legali e non a persone fisiche. “Nel nuovo codice minerario si promuove anche la creazione di cooperative, senza stabilire, però, che il governo o le industrie straniere debbano stanziare soldi, per aiutare i minatori a costituirle. Mi dite come fa un povero minatore da solo?” si domanda Fidel Bafilemba, coordinatore di GATT-RN. “Non a caso, tra le 54 cooperative del Nord Kivu credo non ce ne siano più di dieci svincolate dal controllo di politici o capi dell’esercito.” Le politiche minerarie si concentrano solo su scavatori, gestori dei pozzi e commercianti, senza mai menzionare i ruoli intermedi svolti dalle donne, rivelando una natura molto discriminatoria. Inoltre, se nel vecchio codice si diceva che le donne incinte non potevano sottoporsi a incarichi troppo faticosi, la nuova versione impedisce tout court a queste ultime di accedere alle cave sotterranee ma, non essendo facile riconoscere una donna incinta per almeno i primi sei mesi di gravidanza, questo punto diventa facilmente soggetto agli umori dei capi-miniera o supervisori del sito.

Tra le principali innovazioni c’è l’aumento delle royalties e delle tasse. Tra queste, tasse su “sostanze strategiche”, cioè minerali che, “sulla base dell’opinione del governo rispetto all’ambiente economico prevalente, sono di speciale interesse data la loro natura critica e il contesto geo-strategico.” Nonostante non ci si riferisca ad alcun minerale preciso, il Governo ha suggerito che cobalto, coltan, litio e germanio sarebbero inclusi. Ciò non desta alcuna sorpresa, visto che la RDC è la maggior produttrice globale delle materie prime alla base dell’industria elettronica. Per rimarcare la volontà statale di offrire maggiori opportunità alle comunità locali, il 10 percento delle royalties dovrebbe essere devoluto a un fondo dedicato alle generazioni future. “Se le royalties serviranno anche a fermare gli investimenti stranieri, ringrazierò Dio,” scherza Bafilemba. “La gente locale non ha mai tratto profitto dal boom dell’industria mineraria in Congo, solo e sempre il governo. Mancano le strade, l’elettricità, l’acqua corrente, le scuole… Io sono per l’embargo dei minerali e per ritenere il governo responsabile del male che sta facendo.” Se, secondo il nuovo codice, d’ora in poi ci saranno sempre più appaltatori e membri di compagnie minerarie di nazionalità congolese, è difficile che ciò si traduca in maggiori, o dirette, opportunità per i minatori e le minatrici.


Viviane Sebahire

È proprio vero che a volte il destino di una persona è già scritto. Ed è questo il caso di Viviane Sebahire, dottoressa specializzata in malattie sessualmente trasmissibili e questioni riproduttive, e coordinatrice dell’associazione SOFEDI (Solidarietà delle Donne per lo Sviluppo Integrale), focalizzata sulla lotta per i diritti delle donne minatrici di Walungu. Già agli esami finali di terza media si intuiva come Sebahire fosse diversa dai suoi compagni. La sua tesi, dal titolo La prevalenza del virus dell’HIV tra il 1990 e il 1994, era articolata a tal punto, da attirare l’attenzione di un medico di Kinshasa, giunto a Bukavo per finanziare un programma contro l’AIDS nel Sud Kivu. Con quel plico di fogli scritti a penna da una bambina, che aveva, però, saputo riassumere brillantemente in cosa consistesse la piaga dell’AIDS nell’intera provincia, il medico era volato in Belgio e, grazie a lei, aveva ottenuto dei fondi. A soli 15 anni, Sebahire è entrata a far parte del primo team di ricerca del programma riproduttivo del Sud Kivu. Nel frattempo, ha continuato gli studi, si è sposata e ha avuto dei figli. “Avevo già un maschio e una femmina, quando mia madre, una donna progressista per l’epoca e per il Paese, mi ha spinto a tornare a frequentare l’università, dicendo che si sarebbe presa cura lei di loro,” spiega Sebahire. “È stata lei a convincermi a prendere la pillola contraccettiva, per dedicare i quattro anni successivi allo studio e alla mia carriera. Devo a lei quello che sono.”

I casi di violenza e i grandi stupri sistematici contro le donne sono cominciati negli anni ’90, si sono acuiti durante le due grandi guerre, conclusesi formalmente nel 2003, e sono diventati routine nel biennio 2006-2007. “All’epoca lavoravo per Medici Senza Frontiere e mi battevo affinché le autorità si facessero garanti dei programmi di terapia antiretrovirale per rallentare la moltiplicazione del virus,” dice Sebahire, ancora visibilmente scossa. “Di quel programma era entrato a far parte anche il comandante rwandese a capo della rivolta, che era HIV positivo, ma io non potevo sapere che il suo coinvolgimento fosse una farsa.” Una notte, il comandante ha mandato alcuni dei suoi a rapirla, probabilmente ad abusare di lei, ma suo marito è riuscito a nasconderla e a farla scappare. “Aver visto così tante donne spezzate dalla guerra, e sapere che avrei potuto essere una di loro, ha contribuito a farmi impegnare di più,” afferma Sebahire, “ma, come vi ho detto, il mio interesse per il tema precede tutto questo.” Dal 2006 Sebahire ha iniziato ad aiutare anche le donne minatrici, distribuendo contraccettivi per limitare la diffusione delle infezioni sessuali. È stato allora che ha preso maggior consapevolezza degli abusi, non solo fisici, cui queste donne sono costantemente sottoposte, e ha deciso di creare un programma ad hoc per promuoverne i diritti.

APPROFONDIMENTO: LE MINATRICI: SFIDE E PROBLEMI (leggi sotto)

Estirpata una mala pratica, spesso se ne forma rapidamente un’altra. A un certo punto, nel territorio di Walungu, i gestori dei siti hanno cominciato a negare alle donne l’accesso alle cave, previo pagamento di 15,000 franchi congolesi (9 euro). Negozianti, raccoglitrici, minatrici… ogni ruolo era sottoposto allo stesso trattamento. Gli unici lavoratori che non dovevano preoccuparsi di dividere i propri introiti con nessuno erano gli uomini. “Ci sono donne che, ancora oggi, ricevono al massimo 2.7 euro al giorno, e dovrebbero pure pagare l’ingresso?” dice Sebahire, strabuzzando gli occhi. “È pura discriminazione. Abbiamo diviso le donne in gruppi e, tra loro, abbiamo scelto e formato una rappresentante. Assieme al nostro avvocato, abbiamo riunito, e ancora lo facciamo ogni tre mesi, i capi villaggio, la polizia, i gestori dei siti e abbiamo dimostrato, leggi alla mano, che la pratica era sbagliata e andava fermata.” Da quel momento, le minatrici hanno visto migliorare sensibilmente le loro condizioni nell’area e, se gli uomini non smettono di provare a calpestarne i diritti, sono diventate più forti e consapevoli. La scelta di Walungu come prima zona d’intervento è stata casuale. “Siamo stati contattati dai gestori dei siti per paura del contagio di HIV,” spiega Sebahire, “e quando siamo arrivati, ci siamo accorti che c’erano molti altri problemi.”

In generale, però, la situazione delle donne nel settore minerario artigianale è ancora molto difficile e, a diversi livelli, tutte indifferentemente sono sottoposte a varie forme di discriminazione da parte degli uomini. Un caso a parte è quello delle donne costrette a negoziare l’accesso ai siti tramite prestazioni sessuali. La dottoressa Sebahire sostiene, e non è l’unica, che: “Se vanno protette dal punto di vista medico, non sono da considerarsi, però, più vulnerabili delle altre dal punto di vista sociale.”

APPROFONDIMENTO: IL SESSO COME TRANSAZIONE (leggi sotto)


Le minatrici: sfide e problemi

Pur costituendo oltre il 40% della forza lavoro nel SMA, le donne sono fortemente discriminate rispetto agli uomini. Veronique Miyengo, ricercatrice presso il Network di Innovazione Organizzativa RIO, finanziato dalla Chiesa di Cristo e basato a Bukavo, spiega come i problemi delle minatrici nel settore minerario abbiano una triplice natura, ovvero interessino sia le condizioni di lavoro e il salario, che la loro stessa salute. “Le donne non sono protette né dalla legge né dalla società e per questo lavorano in condizioni deplorevoli,” dice Miyengo. “Devono sostenere le loro famiglie ma non hanno strumenti per svolgere il loro lavoro come si conviene.” Se gli uomini hanno elmetti e giacche protettive, le donne sono sprovviste di tutto. Ad esempio, le mama twangaises spaccano le pietre a mano usando martelli enormi, mentre le transporteuses si caricano 25 chili di pietre sulle spalle e camminano scalze, o in infradito, per chilometri, su percorsi dissestati e molto pericolosi. “Le donne non hanno potere economico e non posseggono nulla, quindi dipendono in tutto dagli uomini,” continua Miyengo. “Nel SMA gli uomini possono affittare un lotto di terra per cercare i minerali, mentre alle donne non è neppure concesso scavare sotto terra – nonostante la cosa dovrebbe essere limitata alle donne incinte - perché, secondo la nostra cultura, i minerali scompaiono alla loro vista.”

Inoltre, le minatrici sono decisamente sottopagate rispetto alla mole di lavoro di cui si fanno carico. Le trasportatrici percorrono lunghe distanze, senza guadagnare mai più di 1,3 euro per tratta. Ciò vuol dire che, per raggiungere il fabbisogno quotidiano delle loro famiglie, pari all’incirca a 3 euro, devono ripetere la stessa rischiosa operazione tre volte. Per non parlare delle twangaises, che vengano pagate solo se trovano tracce d’oro, o delle bizalu, che acquistano sabbia già trattata, senza sapere se conterrà materiale prezioso e, molto spesso, per comprarla, si indebitano con i creditori, a cui poi sono costrette a cedere la casa. Dulcis in fundo: la salute. Se le spaccatrici di pietre respirano le polveri tossiche provenienti dal quarzo, e finiscono per contrarre la tubercolosi, altre, come le bizalu, passano gran parte del tempo a mollo nell’acqua sporca, sotto il sole e la pioggia battente e immerse nella polvere, e sono soggette a infezioni e malattie. Come se non bastasse, “molte minatrici non guadagnano abbastanza per badare ai mariti o ai propri figli e sono costrette a prostituirsi per arrotondare,” spiega Miyengo.


Il sesso come transazione

L’ampia diffusione del sesso come transazione nell’Africa subsahariana e, in particolare, nella RDC, ha portato a stabilire una definizione netta di questa pratica, diversa dai connotati stigmatizzanti con cui sono etichettati sia il sesso commerciale che la prostituzione.
Nel sesso come transazione, secondo lo studioso Hunter, “i partecipanti sono tipicamente costruiti come una coppia, anche se informale, e i regali donati in cambio del sesso sono parte di un più ampio set di obblighi, che potrebbe anche non comprendere alcun tipo di pagamento.” A differenza della prostituzione, nelle relazioni quotidiane di sesso transazionale, “lo scambio non comporta necessariamente una transazione immediata di denaro, e il sesso non è praticato in modo professionale.” Anche nel SMA, come in altri settori dove è praticato, il sesso come transazione deriva dalla posizione privilegiata degli uomini sia dal punto di vista economico che sociale. “Quando i minatori vedono le donne nei siti, da un lato, hanno un approccio paternalistico nei loro confronti e le trattano come mogli o sorelle, dall’altro, si rendono conto che tutto il peso delle famiglie grava su di loro,” spiega la ricercatrice Marie Rose Bashwira. “Se ne approfittano e danno loro accesso alle cave a seconda dell’umore. Da parte loro, le donne si trovano spesso a dover negoziare il loro ingresso ai siti tramite prestazioni sessuali.” Il problema è culturale ma anche legale. “La legge non dice che le donne non possono lavorare nel settore minerario, ma non spende neppure troppe parole a loro favore. Essendo aperto a tante interpretazioni, il codice rischia di marginalizzare le donne e le obbliga a rinegoziare di continuo la loro posizione.”

Specialmente nel Sud Kivu, dove gli abusi sessuali sono molto frequenti, il sesso come transazione e le malattie sessualmente trasmissibili sono incredibilmente diffusi e le associazioni di donne coinvolte nel SMA hanno programmi interamente devoluti a queste problematiche. “Finché le donne continueranno a guadagnare così poco, abusi e transazioni di tipo sessuale non smetteranno,” afferma rassegnata Fideline Mubukyo, Presidente di Asyak, l’ente che raggruppa tutte le associazioni di minatrici di Walungu.


Emilienne Intongwa

La stagione delle piogge dovrebbe essere finita da un pezzo, ma gli acquazzoni continuano a danneggiare la rete stradale già inesistente. Ogni volta che la 4x4 smette di ballonzolare e si lascia andare alle sabbie mobili fangose che ricoprono il terreno a strapiombo, i muscoli si irrigidiscono. Scongiurata la stessa fine dei veicoli rivoltati sul ciglio della strada, è bene, però, rassegnarsi all’idea che i 180km che collegano Bukavo a Kamituga possano richiedere anche un intero giorno di viaggio. Kamituga è la terza città del Sud Kivu per grandezza, ma consiste in appena una manciata di sentieri di montagna.

APPROFONDIMENTO: KAMITUGA (leggi sotto)

Centinaia di baracchini si rubano a vicenda il poco spazio lungo la strada principale e mischiano gli spuntini fritti, agli strumenti necessari per la colonna portante dell’economia regionale, ovvero l’estrazione, il trattamento e la vendita d’oro.
D’un tratto, nel mezzo di un incrocio dove le vecchie Jeep sfidano le motociclette e i pedoni, per arrivare primi al sito minerario poco distante, spuntano due anziane signore in abiti tradizionali. Indicano all’unisono il cartello ALEFEM (Associazione per Combattere lo sfruttamento delle Donne e i Bambini nel settore minerario) e intimano di seguirle. ALEFEM è frutto dell’impegno e dedizione di Francoise Bulambo ed Emilienne Intongwa e nasce nel 2006, al termine del secondo conflitto congolese che si è riversato su Kamituga con particolare orrore.

APPROFONDIMENTO: ALEFEM (leggi sotto)

Come una fenice che rinasce dalle proprie ceneri, Intongwa ha rielaborato la tragedia vissuta in quegli anni e si è ritagliata un ruolo di primo piano in città. “Mentre cercavamo riparo altrove, le milizie armate dei Mai Mai hanno rapito mio marito e da quel giorno non ho più saputo nulla di lui. Io ho continuato a correre ma mi hanno rubato tutto,” racconta Intongwa. “Quando sono tornata a Kamituga non avevo niente e, visto che fino a quel momento lavoravo nei campi che erano passati sotto il controllo delle milizie, note per ammazzare e stuprare qualunque donna tentasse di riprenderseli, mi sono dedicata ad altro.”

Intongwa ha chiesto un prestito a un commerciante per esplorare una cava ma, in cambio, gli ha dovuto cedere le carte di proprietà della casa. “Se trovi i minerali, il negoziante sarà il tuo unico acquirente; in caso contrario, o ripaghi il debito o gli cedi la casa,” spiega. “Io i minerali li ho trovati ma mi sono imbattuta in un problema più grande. Era la prima volta che gli uomini avevano a che fare con una donna alla testa di una cava e si sono convinti che fossi una strega. Per salvarmi, ho dovuto indebitarmi ancora di più e pagare i capi locali, affinché mi proteggessero.” Al tempo, essere accusate di stregoneria significava essere sepolte vive.
Anche in seguito, lavorare in miniera non è stato facile. “La sfida più grande per me è stato lavorare con così tanti uomini,” racconta. “Quando ancora non avevo un rapporto solido con i miei ragazzi, molti rubavano i minerali che estraevano dalla mia cava e ho dovuto pagare un sacco di soldi, per avere qualcuno che li controllasse.” Per non parlare di quando donne e uomini si sono trovati a lavorare fianco a fianco per la prima volta. “Il motivo per cui ho co-fondato ALEFEM è stato che moltissime minatrici dopo pochi mesi erano già incinte,” dice Intongwa, sbuffando, “e ho deciso di creare un network dove si parlasse dei loro diritti, anche riproduttivi.”
La cava di Intongwa si trova nella parte meridionale del sito di Kamituga, dove l’estrazione artigianale è fiorente nonostante la concessione industriale, in violazione del codice minerario. Con gli uomini impegnati a estrarre i minerali sottoterra e le donne sfiancate dopo ore passate a badare a tutto il resto, il microcosmo operoso che gravita attorno a lei riflette molto bene l’andamento nel restante e gigantesco formicaio che è Kamituga. Ma Intongwa ci tiene a precisare una cosa.

Oltre a sporcarsi le mani, Intongwa è anche una delle rare imprenditrici nel settore artigianale a Kamituga, e sa che per crescere e raggiungere una solidità economica ha bisogno di altro, ovvero una cooperativa. “Gli uomini non vogliono dividere con noi i proventi della vendita dei minerali e ostacolano in tutti i modi il nostro accesso alle cooperative. Per questo, voglio formare una cooperativa di sole donne,” spiega Intongwa. “Purtroppo, sia per ottenere l’autorizzazione dalle autorità che per mantenere la cooperativa, servono soldi, ed è difficile fare affidamento sulle donne minatrici, che faticano ad arrivare a fine giornata.” Nonostante tutto, Intongwa riconosce che al settore minerario deve la vita. “Anche se all’inizio mi hanno accusato di essere una strega, ringrazio Dio per quello che mi ha concesso,” conclude con gli occhi pieni di lacrime.


Kamituga

Con oltre 280,000 abitanti, Kamituga è la terza città del Sud Kivu e dipende in larga parte dalle attività minerarie. Già nel 2012, quando Nik Stoop ha condotto la sua ricerca, si contavano 13,000 minatori artigianali formalmente riconosciuti. Se oltre ai veri e propri scavatori d’oro, Stoop avesse contato anche tutti coloro che svolgevano ruoli marginali nella catena estrattiva (es. trasporto, frammentazione…), il numero sarebbe di certo lievitato.
Kamituga si trova lungo una cintura aurifera che si allunga fino al cuore della provincia limitrofa di Maniema. Questi depositi d’oro furono scoperti nel 1920 e la compagnia belga Minière des Grands Lacs Africains (MGL) ne avviò lo sfruttamento per fini commerciali già negli anni ’30. Successivamente, i lavoratori di MGL hanno cominciato ad arrotondare i loro magri salari vendendo oro all’interno di un sistema informale, che sfuggiva al controllo della compagnia. Oltre a queste, MGL si trovò a dover affrontare altre insidie, a partire dalla salita al potere di Mobutu e dalla successiva e persistente crisi economica che investì il Paese. A quel punto, le compagnie minerarie furono costrette a ristrutturare le loro attività e MGL si fuse con SOMINKI. Quest’ultima, da quel momento, investì consistenti somme di denaro a Kamituga, impiegando all’incirca 3,000 lavoratori e provvedendo ad alcuni servizi sociali. Nonostante gli sforzi, il commercio informale subì un’ulteriore spinta dopo la liberalizzazione del settore nell’82, che portò a una prima ondata di lavoratori dalle campagne verso le aree minerarie. L’afflusso di gente in cerca di nuove opportunità economiche crebbe ancora di più durante le guerre congolesi, in corrispondenza con l’arresto della produzione industriale. “Prima della guerra Kamituga era una cittadina tranquilla, abitata solo dagli impiegati di SOMINKI e dalle loro famiglie,” spiega Francoise Bulambo, fondatrice di ALEFEM. “Poi tantissimi estranei dai villaggi circostanti si sono riversati qui, portando morte e rovina tra la nostra gente.” In quegli anni di disordini, Kamituga fu occupata da tanti gruppi armati, che ancora oggi resistono e approfittano del settore minerario informale.
Quando SOMINKI fu liquidata nel 1997, tredici permessi esplorativi furono venduti alla compagnia mineraria canadese Banro ma l’accordo non fu onorato dall’allora novello Presidente Laurent Kabila. Solo alla sua morte il figlio Joseph, l’attuale Presidente, ha deciso di rispettare l’impegno preso. Oggi, l’estrazione artigianale a Kamituga si svolge all’interno di questa concessione industriale, in piena violazione del codice minerario emendato di recente.


ALEFEM

L’Associazione a sostegno della Lotta contro lo Sfruttamento delle Donne e dei Bambini nelle Miniere (ALEFEM) è stata fondata nel 2006 a Kamituga, per promuovere i diritti di donne e bambini nel settore minerario. In questo, come in altri casi, questa associazione - che oggi conta 613 membri - è nata come risposta ai problemi derivati dall’incredibile ondata di persone che dal 1982 e, ancora di più, dal 1996, si sono riversate nello sfruttamento artigianale (SMA). Nel caso di Kamituga, nell’estrazione e vendita d’oro. In particolare, il declino della produzione agricola e la conseguente e prolungata carestia, l’alto tasso di analfabetismo, i matrimoni e la prostituzione precoce e la diffusione di malattie di diverso tipo hanno avuto pesanti ripercussioni sulle categorie più vulnerabili, ovvero su donne e bambini.
ALEFEM ha individuato diverse soluzioni per migliorare le condizioni delle beneficiarie del suo programma, cioè le mama twangaises, bizalu, kasomba e via dicendo, ma richiedono risorse di cui l’associazione non dispone e, soprattutto, impegno da parte dello stato. Ad esempio, bisognerebbe fornire loro training, macchinari e un equipaggiamento adeguato; migliorare le condizioni, anche ambientali, dell’ambiente in cui lavorano; promuoverne l’istruzione e incoraggiarne lo sviluppo economico tramite micro crediti. Fino ad oggi, queste questioni non sono salite sul treno delle priorità e, a Bulambo, non resta che aiutare le donne col poco che ha.

Oltre al lavoro al centro, due volte a settimana è in onda su una radio locale, dove risponde direttamente alle donne minatrici che, a loro o sotto falso nome, le chiedono consigli sulle diverse forme di abusi e discriminazioni che si trovano quotidianamente ad affrontare. Ma Bulambo da un po’ di tempo si è convinta di una cosa: “Le condizioni delle donne nel SMA non possono migliorare. Se aspirano ad avere una vita migliore, devono cambiare lavoro. Magari le donne che gestiscono i chioschi possono allargare un po’ il business, ma le spaccatrici o le raccoglitrici di pietre hanno bisogno di macchinari e, almeno noi, non abbiamo soldi per darglieli.” A tutti quelli che preferirebbero allontanare le donne dal settore, si contrappone l’altra faccia della medaglia. Nel caso di Bulambo, è lei stessa a essere in bilico tra l’una e l’altra posizione. “Il nostro sogno è formare una cooperativa di sole donne e costruire un magazzino per le transporteuses e una macchina per spaccare le pietre per le twangaises,” aggiunge subito dopo, “ma abbiamo bisogno che tutte le donne di ALEFEM contribuiscano alla sua realizzazione, pagando 1,7 euro al mese. Per ora, solo in cinque abbiamo aderito.”


Mama Twangaises

Se il settore minerario artigianale sta offrendo nuove opportunità alle donne, la stragrande maggioranza delle minatrici, oggi, è ancora vittima di abusi fisici e psicologici. Nel gigantesco sito aurifero di Kamituga, prima di percorrere la ripida discesa che porta alle cave, c’è un’area pianeggiante dove sono accatastate baracche di lamiera, da cui fuoriesce un rumore martellante. All’interno, sedute per terra senza scarpe, ci sono gruppi di donne esauste, che colpiscono con bastoni pesanti dalla punta metallica le pietre di quarzo. Il proprietario del sito, con indosso grossi stivali da pioggia, le bacchetta dall’alto. Sono le mama twangaises, termine che, se negli altri siti minerari indica tutte le donne minatrici, a Kamituga si traduce nello strato più basso della piramide estrattiva, ovvero nelle sole “spaccatrici di pietre”. “Far fare alle donne questo lavoro è l’ennesima dimostrazione di quanto siano discriminate,” dice Francoise Bulambo, fondatrice di ALEFEM. “Un po’ come a casa, dove gli uomini stanno a guardare mentre le donne sbrigano le varie faccende, così succede anche qui. Gli uomini non si vogliono sporcare le mani e, piuttosto che far qualcosa, stanno a guardare le donne che si spaccano la schiena.” Non è un eufemismo. “Mi sveglio ogni giorno alle 6 e ci metto 2 ore per venire qui,” dice la 27enne Neema Muyengo, che dimostra almeno dieci anni di più, con il sudore che le cola dalla fronte. “Ogni giorno l’unica cosa che faccio è frantumare pietre ma non ho scelta: devo badare alla mia famiglia. Visto che a volte non vengo neppure pagata, tutto questo lavoro è inutile.” Se dopo aver ridotto il quarzo in polvere finissima, le donne trovano qualche frammento d’oro, ricevono al massimo 1 euro; al contrario, non ricevono nulla. “Mentre gli uomini nelle cave trovano sempre minerali, anche se in piccole quantità, noi passiamo intere giornate a spaccare pietre per niente,” ribadisce Wabiwa Masoga, divorziata e con tre figli a carico. “Devo lavorare il triplo delle altre ed è dura, perché sono costantemente esposta ad abusi. Quando perdo una pietruzza, che magari non contiene oro, gli uomini mi umiliano o mi picchiano, e mi accusano di essere una ladra. A volte ho rubato, è vero, ma solo per necessità.” Spesso le mama twangaises sono costrette a negoziare la loro posizione e l’accesso ai siti offrendo in cambio il loro corpo. Neppure in quel caso il loro compenso è garantito, perché i soldi dipendono sempre dalla partita d’oro che avranno la (s)fortuna di scovare. A rendere questo lavoro ancora più inviso è la tossicità del quarzo che, a lungo andare, può causare la tubercolosi. “Molte delle mie amiche si sono ammalate e alcune sono morte,” dice Muyengo. “Se vai all’ospedale, troverai tantissime donne in fin di vita.”

Nonostante gli sforzi che associazioni come ALEFEM fanno per entrare in contatto con le mama twangaises, e per convincerle a partecipare ai loro incontri e alzare la testa contro i soprusi che subiscono giorno dopo giorno, solo poche fino a oggi vi hanno aderito. “Quando riesci a guadagnare qualcosa, lo spendi a casa per i tuoi figli, e quando torni qui il giorno dopo, ricominci tutto da capo,” dice Masoga. “Anche volendo, non riusciamo a mettere da parte i soldi da investire in altro.” Sebbene la quota associativa mensile sia piuttosto bassa – dell’ordine di un paio di euro -, è sempre troppo alta per donne che faticano ad arrivare a fine giornata. Inoltre, in un intricato gioco del gatto che si mangia la sua stessa coda, se le associazioni funzionano fintanto che partono dal basso e dalle minatrici stesse, come sostiene la ricercatrice Marie Rose Bashwira, le mama twangaises criticano queste sovrastrutture che, a loro dire, non le rappresentano e faticano a capire i drammi quotidiani che stanno vivendo.

APPROFONDIMENTO: CHI è MARIE ROSE BASHWIRA NYENYEZI?

Ricercatrice presso l’Università di Bukavo e membro di RENAFEM, Nyenyezi sta conseguendo il suo secondo Dottorato sul ruolo delle donne nel settore minerario. “Quando ho iniziato il primo Dottorato (2012 - 2017) era difficile trovare studi sul tema e sono arrivata al punto di voler smettere, perché la maggior parte dipingeva le donne solo come vittime vulnerabili,” spiega Nyenyezi. “Quando ho cominciato il lavoro sul campo, la gente mi guardava sorpresa, perché non sapeva che a lavorare nelle miniere, oltre alle prostitute, ci fossero altre donne.”

Le riforme apportate nel settore a partire dal 2002 hanno contribuito a cambiare l’immagine che i policy-maker avevano delle minatrici. “All’inizio volevano solo che le donne fossero allontanate dal settore minerario per via degli abusi cui erano continuamente soggette,” spiega, “ma dal 2014 hanno cambiato approccio e hanno cominciato a dire che le donne sono in grado di fare le loro scelte.” La cosa più importante è che abbiano capito “la differenza tra le donne che lavorano nel settore in assenza di alternative, e quelle che lo fanno per le opportunità economiche che possono derivarne. Ciò ha portato in tanti a cambiare strategia.”

Nyenyezi ha da subito capito che le minatrici hanno esigenze diverse e, se si vuole dar loro una mano, è necessario avere bene in mente la categoria, cui ci si riferisce. Le donne non solo ricoprono varie posizioni all’interno del settore minerario ma differiscono anche per il tipo di relazioni che allacciano con le altre donne e con le istituzioni. “Alcune sono davvero vulnerabili e, nonostante il lavoro che fanno, stentano a dare da mangiare ai figli; altre sono entrate nel settore per via dei mariti e, se potessero, farebbero qualcos’altro; e poi ci sono quelle che hanno deciso di fare carriera,” dice Nyenyezi. “Queste ultime hanno un network di contatti molto forte e amici e parenti che le aiutano.”

Per molte donne vulnerabili, la spinta a entrare nel SMA è data dalla povertà e scarsa alfabetizzazione. Spesso si aggiunge il fatto che, “più il sito si fa meccanizzato, più diventano un peso pure lì, visto che il lavoro che svolgono, sostanzialmente, sostituisce quello delle macchine.” Un aspetto da tenere presente è come le leggi esistenti siano implementate diversamente a seconda dei luoghi. A Kamituga, ad esempio, dove ai minatori artigianali è stato detto che non possono riunirsi in cooperative, perché operano su concessioni industriali, non c’è neppure tracciabilità dell’oro. Così, il numero di intermediari, cioè di donne che svolgono ruoli marginali nella filiera, senza essere menzionate nella nomenclatura del codice, è gigantesco. Nyenyezi spiega come i policy-maker abbiano capito l’importanza di formare cooperative di sole donne ma di come, al momento, non abbiano mezzi per sostenerle. E, per quanto riguarda le associazioni, “credo che siano molto utili per l’emancipazione sociale delle donne, perché è lì che le donne si confrontano e imparano dalle altre, ma solo se sono loro stesse a volerle,” dice Nyenyezi. “Ad ogni modo, c’è da poco da fare: anche le prostitute continuano a ribadirmi che, se lavori nell’estrazione e non hai un obbiettivo, non vai da nessuna parte.”


Donne Minatrici

Al termine delle Grandi Guerre, c’è stato un forte incremento nel numero di donne che sono entrate a far parte del settore minerario artigianale (SMA). Ciò principalmente per due motivi: da un lato, il declino economico che ha investito tutte le province orientali e, dall’altro, il calo di opportunità offerte da settori tradizionali, come l’agricoltura, per il sostentamento delle comunità rurali. Le donne si sono riversate con relativa facilità nel SMA, perché, ancora oggi, è un settore che non richiede né capitali, né particolari competenze. La verità è che il SMA, tenute conto di tutte le difficoltà e i problemi che genera, ha offerto alle donne opportunità economiche introvabili altrove. Le principali mansioni svolte dalle donne nei siti minerari sono racchiuse nel termine, droumage, che comprende la frantumazione, scelta e lavaggio dei minerali e, a seguire, il setacciamento dei minerali ridotti in polvere, il trattamento degli scarti e la vendita. Le donne operaie che gestiscono le fasi successive all’estrazione hanno, però, tutte un loro appellativo specifico.

Le transporteuses (o mama kasomba) trasportano la sabbia e le pietre in sacchi da 25 chili l’uno (per cui ricevono 1,3 euro a tratta) dalla cave fino alle donne (le twangaises) o alle macchine, incaricate di frantumarle; le hydrauliques raccolgono l’acqua per raffreddare la pressa; le songeuses preparano la sabbia macinata, bagnandola fino ad ottenere una melma fangosa; le laveuses lavano la polvere; le bizalu recuperano la sabbia scartata; le souteneuses svolgono mansioni accessorie, come procurare benzina, strumenti di lavoro e cibo per i minatori e, infine, le negociantes si occupano della compravendita dei minerali e pietre preziose. Queste attività dipendono dalla domanda quotidiana e possono variare di volta in volta. A queste, si aggiungono anche le donne che gestiscono piccoli business nella ristorazione e le prostitute. In generale i proventi variano da 0.50 centesimi a 9 euro, ma è raro che si tocchi la soglia massima.

APPROFONDIMENTO: TORMALINA

La tormalina ha attirato l’attenzione dei compratori di gemme a partire dall’inizio degli anni 2000. È stato allora che, grazie a campioni provenienti dai due Kivu, si è capito che il Congo sarebbe potuto diventare un’importante fonte anche di pregiata tormalina, oltre che di tutti i minerali per cui era già noto. Purtroppo, però, la mancanza di un tavolo di commercio ufficiale per l’acquisto ed esportazione di gemme, sommato all’incuria normativa, ha fatto sì che il commercio di pietre preziose colorate potesse svilupparsi esclusivamente all’interno di un circuito informale. Qui, gran parte dello sfruttamento estrattivo avviene illegalmente e la produzione che ne deriva esce dal Paese in maniera illecita, per essere venduta nei paesi limitrofi come Rwanda e Tanzania. Attraverso questi canali le pietre congolesi raggiungono i mercati internazionali.
Di recente, a seguito di un visibile incremento nello sfruttamento e commercio della tormalina nell’est del Congo, si è cominciato a interrogarsi sulla necessità di procurarsi le gemme in maniera più responsabile. Da ciò è nata, a fine 2015, la joint mission tra SaveActMine (SAM) e IPIS, volta a esplorare in maniera dettagliata questo campo. Se per il Nord Kivu l’area più conosciuta per la produzione di tormalina è Ngungu, che si trova nel territorio di Masisi sul confine sud vicino a Kalehe, gran parte del commercio tra i due Kivu parte da Numbi e finisce a Goma. “Se, in generale, è proibito trasportare minerali tra Nord e Sud Kivu, il trasporto di tormalina dal Sud Kivu a Goma è consentito, in luce della mancanza di entità autorizzate all’esportazione di tormalina nel Kivu meridionale,” spiega il report. A Numbi il commercio di tormalina è, comunque, piuttosto localizzato, basti pensare ai numerosi sportelli adibiti al commercio di tormalina e pietre preziose distribuiti lungo la strada principale. I minatori, la sera, percorrono questo tratto per vendere le pietre estratte durante il giorno, che possono o diventare fulcro di nuove trattative tra i commercianti, o essere trasportate altrove, e principalmente a Goma. Da lì, se non passano nelle mani di altri commercianti, sono esportate da professionisti, o trafficanti, al di là del confine. Vista l’impennata nel costo della tormalina dal 2012 in poi, porre controlli regolamentati sullo sfruttamento di questa pietra preziosa significherebbe avere benefici non solo dal punto di vista impiegatizio, ma anche economico, come pure un miglioramento delle condizioni di vita di minatori e commercianti, unito alla prevenzione di frode, corruzione e riciclaggio di denaro. La Borsa Valori di Goma servirà proprio a questo.